2018, Autoprodotto, Alternative rock

  1. Queen of Pony
  2. Bro vs. Bro
  3. The Doves
  4. Hang Your Earrings
  5. Looking for More
  6. Wing
  7. Dear Friend
  8. Teen Trap
  9. Feeling High
  10. Time of the Day

Elementi opposti e perfetti

Giudi e Quani sono un duo con la potenza sonora e la presenza scenica di un plotone di cavalleria pesante. Giudi, batterista e cantante estremamente coinvolgente sia dal vivo sia su disco, sa trasportare l’ascoltatore in un mondo fatto di jeans strappati e All Stars senza mai perdere una raffinatezza tutta sua. Giudi (Giuditta Cestari) è esattamente l’incarnazione del fatto che grinta travolgente ed eleganza possono convivere nello stesso corpo.

Quani (Francesco Quanilli) è un chitarrista estremamente dotato di ritmo, dinamiche e ciccioallachitarra grazie alle sue decine di lucine accese ad altezza piedi, con quella sala macchine di pedalini che, nonostante non ci sia un basso nel progetto, tocca frequenze che non sapevo nemmeno esistessero.

Chissà se quando, la sera in cui hanno deciso di mettere in piedi il progetto, si sono sentiti un po’ Jack e Meg White. Non mi è dato saperlo, ma l’accostamento viene più che naturale, anche se qua dentro c’è veramente una commistione sonora estremamente varia e di tutto rispetto. Nell’album omonimo, uscito nel 2018, respiro dalle Hole ai Queens Of The Stone Age, passando per i già citati The White Stripes, fino a certi No Doubt dei migliori ’90.

Sono un duo, capisci, mio caro lettore? Eppure se li ascolti non ci credi! Sembrano almeno in cinque a registrarsi addosso l’un l’altro. Ti garantisco che l’impatto dal vivo è identico, se non addirittura più totale ancora!

Non saprei dirti quanto dura un loro live perché ogni volta che li ho visti esibirsi dal vivo, il tempo si è trasformato in qualcosa di completamente inconsistente.

Giudi e Quani, potenti e genuini, hanno la capacità di lacerarti in due la coscienza, che da un lato vuole saltare e spaccare qualsiasi cosa le si pari davanti, dall’altro rimane immobilizzata, con in bocca un lieve retrogusto melanconico grazie alla voce calda, struggente e persuasiva della cantante abbracciata alle distorsioni e alle grida della chitarra: un equilibrio perfetto creato dagli opposti.

Oltre alla capienza sonora di questo contenitore musicale, i due musicisti veronesi riempiono perfettamente anche lo spazio del palco, dal più piccolo e on the road fino a palchi ben più strutturati con impianti da millemila watt!

Il sound del duo è letteralmente irresistibile e, in tutta sincerità, non saprei che brano incoronare come mio preferito dell’album perché tutti e dieci sono perfettamente realizzati, attorcigliati l’uno dentro l’altro fino ad annodarti le budella e farti diventare un tutt’uno tra ritmo gallineggiante del collo, impossibilitato a rimenere fermo, voglia di pogare e ipnosi vocale.

I passaggi ritmici e melodici sono continui ma mai troppo, passando da rapidi fraseggi di chitarra ad accordi distorti e ritmi ostinati di batteria.

Ok, arrivati fin qui posso dirti una traccia che personalmente cattura la mia anima di scimmia dal profondo delle radici per strapparmela completamente di dosso e che può farne ciò che vuole, tenendomi per il cravattino come un individuo non più in grado di intendere e di volere. Sarà perché è la traccia che più si stacca da tutto il contesto del disco, ma Dear Friend per me è una combinazione perfetta di intervalli che creano una (quasi) serenata dal sapore malinconico, romantico ma assolutamente mai sdolcinato. Una poesia che fa vibrare i pensieri più reconditi della mia essenza.

Una dedica col cuore in mano, con una struggente sessione di archi che accompagnano la canzone e che la arricchiscono ulteriormente di enfasi.

Aggiungete due elementi alla tavola chimica perché questi due sono la formula del rock fatto bene e minimale, solo in termini di quantità di componenti, sia chiaro!

La Scimmia Verde

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