2022, I Dischi del Minollo (IT)/Fishborn (UK/FR), world music

  1. As fire as well
  2. The chain
  3. Southern wind feat. Julie Mélina Macaire-Ettabaâ
  4. Between two lands
  5. Season of men feat. Hafid Bidari
  6. The hanged
  7. My heart as a crown feat. Cesare Basile
  8. Lu libbru di li ‘nfami feat. Baptiste Bouquin

Banditi, mescolanze, nessun confine

Cosa succede se i suoni dell’Africa subsahariana e i ritmi mediterranei della Sicilia si incontrano, unendosi in matrimonio con arpeggi distorti provenienti dalle fredde foreste nordeuropee?

Cosa ci si può aspettare se a questo matrimonio presenziano anche campionatori analogici e non, distruttori delle forme d’onda per distorcere ciò che potrebbe risultare troppo amichevole alle orecchie?

Succede che nasce una famiglia sconfinata dal nome Bir Tawil e una colonna sonora che ti travolge dentro come un treno che spacca a metà il corpo e la mente, separando nettamente razionale e irrazionale, reale e paranoico. Benvenuto nel mondo di In Between

Amico mio, qui la Scimmia Verde si sta facendo un viaggio in una danza blues quasi diabolica, un sabba di accordi, riverberi profondi quanto le turbe umane e voci amalgamate in una pasta sonora che ricopre ogni millimetro di pelle dell’ascoltatore, isolandolo completamente dal mondo esterno; un percorso ricco di atmosfere ed echi lontani che strattonano ogni minimo pensiero che provo a formare. Queste musiche ti si muovono dentro, migrano, tra i vari stadi di coscienza, perforando ogni credenza “canonica” musicale.

Questo non è un disco, è una carovana di banditi, di minoranze che, a mano a mano che si sposta, si carica addosso le esperienze e le emozioni di chi, come il sottoscritto, è scaraventato in questa dimensione indecifrabile.

Otto tracce che compongono un disco-viaggio, a tratti onirico e a tratti aggrappato alla realtà, come il dolore delle vesciche delle mani di un lavoratore segnate dalla fatica, di schiene tanto forti quanto danneggiate; sembrano essere le otto fermate di un furgone carico di manovalanza sognante, persone troppo strette in realtà talvolta troppo crude e brutali.

Qui dentro c’è l’Oriente, la polvere, sogni di un futuro e ricordi di un passato: “Where are we going? Coming from nothing” cantano le liriche stanche di Between two lands: canti dal vago sapore di un anziano Johnny Cash che fa i conti con le sue Ferite. Canzoni che rendono giustizia all’essere umano, al mondo e agli ambienti che lo circondano.

Ho un finestrino al mio fianco, nel quale vedo scorrere tutti i dubbi della mia persona, ma non ho paura, perché vivo l’intenso abbraccio estremamente caldo di una raccolta di opere che dovremmo “utilizzare” al bisogno, ovvero sempre.

Qui dentro c’è il mondo. Ma quale mondo, che dico! Otto mondi interdipendenti tra loro che mercanteggiano tra una melodia arabeggiante scagliata nel mondo da Hafid Bidari e una voce satura un po’ dirty blues, mischiate al ritmo ossessivo dell’arpeggio martellante di Season of men.

Sono suoni accoglienti, che si ripetono come un mantra, sono canzoni che mancano, a mio avviso, che ce ne dovrebbero essere di più per farci bene all’anima. Ma forse va bene che siano rare, come tutte le cose di valore, quasi sacre.

La mescolanza sonora, di provenienze e strumenti distantissimi tra loro che si corteggiano per tutta la durata dell’album, è arricchita dalle collaborazioni al suo interno: Cesare Basile in My heart as crown, Hafid Bidari (Bania, Orchestre National de Barbès,) nella già citata Season of men, Julie Mélina Macaire-Ettabaâ (Làk) in Southern wind e Baptiste Bouquin (Surnatural Orchestra) nella traccia che chiude l’album, Lu libbru di li ‘nfami.

Un disco che sazia, lascia un senso di completezza veramente raro da incontrare, è antico, ma non puzza di vecchio. È moderno, ma non futurista. Un’Opera poliglotta e multiculturale, ricca di differenze, usanze, tradizioni e suoni lontanissimi che si rendono estremamente ricchi l’un l’altro.

Ora, la Scimmia Verde si ritira a un riascolto del disco, perché c’è un viaggio di ritorno da fare.

La Scimmia Verde

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