2016, Joe Black Production, Pop/Rock

  1. Il grammo che non c’è
  2. Stile
  3. L’ospite
  4. Di versi simili
  5. Tre
  6. L’ultimo uomo buono
  7. Breve lettera al padre
  8. I manichini
  9. Il clown

C’è Pop e Pop

Gli ERO io li conosco bene e li considero una delle realtà migliori del panorama musicale carpigiano. Nonostante ciò non sarò di parte.

Il loro secondo album “Di padri e altre storie” è indubbiamente un lieve avvicinamento al pop rispetto al precedente “Fermoimmagine”. La voglia di sperimentare nuovi suoni e ritmiche cede il passo alla necessità di raggiungere il grande pubblico e forse anche alla voglia di comunicare maggiormente le emozioni dei testi piuttosto che la complessità degli arrangiamenti. Questa scelta ragionata non impedisce però alla band di stupirci ancora con pezzi incisivi come “L’ospite” e non facili come “L’ultimo uomo buono”. Quest’ultimo è sicuramente il mio preferito per bellezza di testo e musica. Due accordi, dissonanti fra loro, permettono di creare linee vocali originali per parole toccanti di stima sincera verso il proprio padre. Il bridge ci regala un’apertura con ulteriori passaggi armonici stupefacenti e vigorosi che forse meriterebbero un’estensione del testo. Purtroppo altre parole non arrivano e la coda rimane strumentale ma sarebbe stato “grasso che cola”.

“Di versi simili”, al di là del gioco di parole sempre gradito, è un pezzo più canonico ma ben riuscito nel testo e nel canto. È una poetica descrizione di un’amicizia tutta maschile che, come tale, fatica sempre ad aprirsi alle parole. Colpisce per la sincerità del cantante e per l’intensità dell’interpretazione canora che trasmette emozioni. Vien voglia di chiamare un vecchio amico per sentire come sta.

“Tre” è un pezzo semplice ma d’impatto con un travolgente riff rock-grunge delle chitarre.

Forse il pezzo più indie-rock-pop del disco, e giustamente scelto come singolo, è “Il grammo che non c’è”. La sconfitta nel DNA, la matematica certezza di non farcela per divina negazione. Anche qui si nota l’abilità del gruppo nel mantenersi in equilibrio fra pop ed originalità. Un ottimo cantato/parlato impreziosisce le strofe mentre forse un eccesso di auto ironia nel verso “sono bello anch’io… al buio” rischia di far gettare la maschera dell’onestà.

Argomento simile per la traccia “Stile”. Magnani “fa lo sfigato” (nel doppio senso di sfortunato e senza figa) bramando di entrare nelle grazie della dea bendata come fosse donna da conquistare ma senza alcuna speranza di riuscire. Il pezzo è uno slow-rock senza infamia e senza lode. Passerei oltre.

“Breve lettera al padre” tocca dei momenti musicali molto alti. La tromba di Enrico Pasini, che propone una melodia fatta di nostalgie western alla Morricone, dovrebbe comparire più volte nel pezzo. Gli Ero non sono generosi in questo e solo quei 20 secondi di gioia vengono concessi all’ascoltatore, come fosse una punizione degna del Dio che viene denigrato nel testo. L’invettiva contro la religione viene sviluppata con troppi luoghi comuni, senza aggiungere niente di nuovo all’argomento se non nella chiusura in cui spicca il verso: “… e quando non mi ascolto grido”, a simboleggiare la propria autogestione spirituale. La canzone però è ben costruita e con ottimi slanci vocali e di accompagnamento distorto ai “No” gridati da Magnani verso la Chiesa.

Una nota dolente per me rimane “Manichini” che, un po’ come in “Lettera al padre”, affronta un tema non originale ed in modo banale. Inoltre la ritmica non aiuta il pezzo che sembra sempre voler partire pur non facendolo mai veramente. L’avevo dichiarato all’inizio che non sarei stato di parte.

Chiudo questa recensione con l’ultimo pezzo dell’album: “Il clown”. È l’unica traccia in cui le chitarre tolgono il make-up della distorsione e diventano acustiche accompagnando il pezzo insieme al pianoforte che ricopre il ruolo più importante. È una canzone infantile e matura allo stesso tempo. Parla al bambino e all’adulto dentro ognuno di noi. Riesce sempre a farmi cadere una lacrima quando arrivo all’ultimo verso. Sempre. Se il compito dell’artista è dare un’emozione, ci siete riusciti.

Padre Gutiérrez

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