I C.S.I. sul palco del Castello Scaligero di Villafranca durante il concerto del tour In Viaggio 2026

Lunedì 31 agosto, il Castello Scaligero di Villafranca di Verona smette per una sera i panni da cartolina turistica. Non è un concerto qualunque: sul palco tornano i C.S.I., il Consorzio Suonatori Indipendenti, nel pieno del tour “In Viaggio” che segna il ritorno dal vivo della formazione storica dopo oltre vent’anni di silenzio. I biglietti sono esauriti ormai da tempo e all’ingresso c’è ancora qualcuno che prova, invano, a rimediare un ultimo posto. Dentro, il prato del castello si riempie fino all’orlo: a occhio e croce siamo vicini ai diecimila, con un discreto contingente arrivato da fuori regione, tanti volti che negli anni Novanta erano poco più che adolescenti e oggi tornano a reclamare un pezzo della propria storia.

Sul palco senza orpelli: la formazione dei C.S.I.

Alle 21.15 le luci si spengono e dai diffusori parte un omaggio: “Noi non ci saremo”, il classico di Guccini che qui diventa un piccolo rito collettivo cantato in coro. Quando i sette musicisti prendono posizione sul palco, allineati fianco a fianco quasi a formare un semicerchio, colpisce subito l’assenza di gerarchie: nessuno domina la scena, non ci sono maxischermi né giochi luminosi a distrarre. Solo Massimo Zamboni alla chitarra, Francesco Magnelli alle tastiere, Giovanni Lindo Ferretti e Ginevra Di Marco alle voci, Giorgio Canali all’altra chitarra, Gianni Maroccolo al basso e Simone Filippi alla batteria. Sembra quasi un manifesto implicito: la sostanza dei brani basta a se stessa, senza bisogno di cornici aggiuntive.

Il set si apre con la title track del tour, “In Viaggio”, nata — come racconta lo stesso Ferretti in un aneddoto che circola tra i fan — da un testo che il cantante inizialmente detestava, salvo poi trasformarlo sul palco in qualcosa di quasi mistico. Seguono “Occidente” e “Del mondo”, già cantate di getto da un pubblico che sembra conoscere ogni sillaba a memoria. In apertura l’audio tentenna, non è il massimo, ma rapidamente trova la sua compattezza per offrire al pubblico il muso sono che i C.S.I. sanno regalare grazie ai loro suoni infiniti e dilatati, alternati a graffi decisamente più ruvidi.

I momenti più intensi della scaletta

Il primo vero apice arriva con “Inquieto”: quando Ginevra Di Marco prende in mano il microfono, per qualche minuto il rumore di fondo del prato sembra sparire del tutto, e il brano si chiude poi con tutta la band lanciata a piena potenza. Poco dopo tocca ai quattro brani tratti da “Linea Gotica”, il capitolo più apertamente politico della discografia del gruppo, con una versione semiacustica di “Cupe Vampe” spogliata di tutto il superfluo, uno dei momenti più intimi dell’intera serata. Con “Bolormaa” il pensiero vola alla Mongolia, terra a cui la band è ormai legata a doppio filo e dove tornerà il prossimo anno per suonare proprio dove nacque “Tabula Rasa”.

Da lì il concerto cambia marcia: “Forma e sostanza”, con la sua critica al capitalismo che oggi suona quasi profetica, apre la strada a “Brace”, “Ongii” e “Unità di produzione”, tre brani che spingono la serata verso un finale ad alta intensità. In una delle scene più toccanti della serata, si nota come Ginevra Di Marco resti costantemente vicina a un Ferretti visibilmente emozionato. Tra un pezzo e l’altro i due si scambiano sguardi, abbracci e una sigaretta condivisa, in un’intesa che dopo trent’anni sembra ancora perfettamente intatta.

L’omaggio a Battiato e il gran finale

Non manca l’omaggio a un altro grande scomparso a cui la band è sempre stata legata: la cover di “E ti vengo a cercare” di Franco Battiato, introdotta dai feedback della chitarra di Canali, riporta in primo piano l’intesa vocale tra Ferretti e Di Marco, che qui torna a farsi sentire con particolare delicatezza. Il set si chiude con la doppia sventagliata di “Depressione Caspica” e “Fuochi nella notte”, prima che Ferretti conceda un breve momento di stanchezza affettuosa al pubblico, che ricambia con un applauso interminabile.

I bis si aprono con “Montesole”, cover dei PGR eseguita senza Zamboni, che rientra sul palco per il gran finale con “Matrilineare” e “M’importa ‘nasega”, capaci di innescare persino qualche accenno di pogo tra un pubblico ormai completamente sciolto. A chiudere la serata, dopo oltre due ore abbondanti di musica, è “Buon anno ragazzi”, proposta nel suo stacco finale con un testo lievemente riadattato ai tempi correnti: droni, disordini e la stessa, unica certezza di sempre, ripetuta come un mantra fino all’ultima nota. Il pubblico non accenna a muoversi nemmeno quando le luci del castello si riaccendono: per questa notte, vent’anni di distanza sono sembrati semplicemente non essere mai esistiti.

La Scimmia Verde

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