A cura di Gianni Della Cioppa

Da un’indagine sul web le radio trasmettono solo il 3% della musica prodotta. Pensavo anche meno, ma soprattutto dove va a finire il restante 97%?

Ciclicamente il mondo della musica, con tutte le sue chiacchiere e il suo circo di piccole e grandi polemiche, raramente interessanti, ci offre un argomento che calamita l’attenzione più di altri. In questi ultimi mesi il contendere è magnetizzato dall’esagerato prezzo dei biglietti dei concerti/evento (festival e grandissimi nomi) e dal fatto che sia necessario acquistarli con un largo anticipo, in alcuni casi non si parla di mesi, ma di un anno e persino due. Naturalmente gli schieramenti anche in questo caso sono irremovibili nelle proprie posizioni: da una parte chi non accetta repliche e pretende, anche giustamente, di voler spendere il proprio denaro come meglio crede e quindi non accetta lezioni di morale da nessuno, e in sintesi tutto si risolve in: “I soldi sono miei e li gestisco io”, dall’altra i duri e puri, che di tutto ne fanno una questione morale e di principio, e sbandierano in nome di una presunta genuinità, che non è etico spendere cifre da mutuo per uno spettacolo dove, quando va bene, vedi i protagonisti da lontano e solo grazie a maxischermi disseminati in giro sul palco e tra il pubblico. In realtà basterebbe spostare l’attenzione altrove per capire che la questione va focalizzata in modo diverso, altrimenti si finisce sempre nel banale giochino: ho-ragione-io-non-tu e viceversa. Il punto è un altro: perché siamo arrivati a questo? Perché concerti programmati con due o tre anni di anticipo, dove il biglietto più economico costa minimo 100 euro, diventano “sold out/esaurito” nel giro di poche ore, mentre migliaia di altri spettacoli a prezzi umani e di altrettanta qualità, vengono snobbati e mostrano ampi spazi vuoti in platee, sale e teatri? Inutile addentrarsi nel labirinto illegale dei biglietti comprati e poi rivenduti a cifre da assurde, quella è un’altra tristissima questione, che in questo momento mettiamo nelle retrovie, perché non attinente con la nostra discussione. Concentriamoci quindi sulla questione in ballo, ed ecco che sgancio la bomba: in realtà si tratta di un falso problema, di una finta novità, infatti vi rivelo una cosa che non è un segreto, è sempre stato così. E sapete perché? La ragione è semplice, alla maggior parte del pubblico non interessa la musica (come dimostra il 3% citato in apertura), ma l’evento, il poter dire “Io c’ero”, non importa il contenuto, la qualità o il protagonista, ma conta solo quella piccola affermazione che riempie l’ego e permette foto e post sui social: “Io c’ero”. Ma che nessuno si scandalizzi, è sempre stato così.

Ricordo negli anni Ottanta ai concerti dei Judas Priest e dei Metallica – per citare grandi nomi – il pubblico era composto solo da metallari e quindi veri appassionati, mentre tra la folla per vedere i Bon Jovi e gli Aerosmith, nomi più generalisti di successo, vedevi di tutto, metallari, impiegati, ragazzine, gente dello spettacolo, coppie di mezza età nella loro serata libera e curiosi occasionali. Ricordo i primi concerti dei Pearl Jam davanti a veri innamorati della band e poi catapultati in arena da star, perché tali erano diventati. Nella nostra interpretazione odierna, la differenza la fanno i social e l’informazione massiccia di questi tempi, oggi sappiamo tutto e subito, una volta queste cose le raccontavi agli amici al bar e la faccenda si chiudeva lì. E ditemi cosa cambia tra chi in questi tempi, con una pigrizia irritante, ascolta solo nomi di successo, pompati e famosi e chi anni fa, comprava esclusivamente i dischi dei soliti dieci nomi famosi, perché faceva figo e più semplicemente perché la musica era solo quella che arrivava dalle radio e da MTV? Niente. Anzi no, una cosa cambia: una volta ci infastidiva la svogliatezza del compratore dei dischi, devoto solo alle band da copertina, oggi detestiamo chi va ai concerti con le identiche dinamiche mentali. Dischi prima, concerti oggi, ma le motivazioni sono le medesime: per molti, facciamocene una ragione, la musica è un sottofondo o poco di più, non vogliono scoprire o interessarsi a nessuno, che non sia famoso e pompato dai mass media. E, attenzione, ne hanno il sacrosanto diritto. D’altronde i dischi non si vendono più, quindi l’ascoltatore medio/pigro rivolge la sua attenzione ai concerti. E il business sa sempre dove spremere: prima i dischi, oggi i concerti, quindi state tranquilli che da qualche parte i soldi, chi lavora ai piani alti, li farà sempre arrivare in cassa. In fondo se c’è chi paga cifre da capogiro per un concerto ed è contento, perché non renderlo felice? Ma a chi come noi ama – posso dirlo ama? – la musica, anche nelle sue espressioni meno note, ma non per questo di minori qualità, che fastidio procura questo atteggiamento? Nessuno. A me in realtà cosa interessa che AC/DC, Muse, Aerosmith, Ozzy Osbourne, Kiss, Coldplay, Tiziano Ferro, Vasco Rossi… facciano pienoni negli stadi, vendendo tutti i posti disponibili, uno/due/tre anni prima di esibirsi? Niente di niente. Per ognuno di questi concerti, ho dieci e forse cento alternative di grandi band che posso vedere da pochi metri o poco più, in piccoli club o locali da 2000/3000 persone al massimo, senza fare tre ore di coda per entrare e cinque per uscire dall’area dello spettacolo, concerti dove parcheggio serenamente davanti al club e dove colgo la vera essenza della musica. Spettacoli che non raramente terminano incontrando gli artisti, con la possibilità di scambiare alcune parole e di bersi una birra insieme. Lontani dal baccano del divismo, lontanissimi dall’aurea di intoccabilità costruita intorno a questi miti intoccabili. Si tratta sempre e solo di scelte, non serve cercare un nemico, si tratta di decidere da che parte vogliamo stare e dell’importanza che diamo a qualcosa, in questo caso alla musica. Personalmente da decenni provo molte più emozioni in un club davanti ad artisti a cui, per una o cento ragioni, il destino non ha (ancora?) concesso la gloria dei grandi, ma che grandi lo sono ugualmente ed anche quando sono modesti artigiani, il brivido non manca, perché non si tratta solo di luci, di grandezza del palco, di urla del pubblico o di quanta gente hai davanti, ma di scrivere canzoni e di emozioni e queste qualità non le determinano solo le copie dei dischi venduti o di quanta gente viene ai tuoi concerti. E spesso, pur con tutto il rispetto che ho per i gruppi/artisti di successo esagerato; che naturalmente non hanno colpe se sono diventati così grandi da avere la necessità di suonare in arene e stadi; io preferirò sempre poter vedere la goccia di sudore che cade sull’asse del palco da vicino e non dal riflesso di milioni di pixel di un maxischermo. In fondo chiedete ad una superstar della musica cosa sogna, e nove volte su dieci vi risponderà: “Tornare a provare quel brivido primitivo che sentivo per un piccolo applauso, quando suonavo davanti a venti persone ed ero un perfetto sconosciuto”.
Faith, Hope, Love & Music!!

Gianni Della Cioppa

2 pensieri riguardo “Caro concerti: un nemico ad ogni costo

  1. Con tutto il rispetto per l’autore, che comunque ha prospettato un punto di vista interessante, non penso si sia centrato il focus principale. Innanzitutto i biglietti costano molto perché dalle royalties dei”dischi” non arriva quasi più nulla e non è una novità. Questo porta anche a fare concerti in posti più grandi, che porta si maggiori guadagni ma maggiori spese. Mi viene in mente lo show dei Coldplay o la Rosie gonfiabile degli Acdc ad esempio..cheffai, suoni in uno stadio e non ci metti gli effetti speciali? Ma quella roba costa e tanto pure…ricordo un articolo su una rivista del settore che riportava i profit per tournee di qualche anno fa..al top al solito c’erano U2/BonJovi/Springsteen/Acdc in tour da stadi, etc..ricordo che si parlava di Waters che necessitò di tutta la prima parte del tour in USA per pagare le spese del tour mondiale iniziando a guadagnare solo dalla tournée in Europa in poi..addirittura delle band medio piccole, come i Quireboys ad esempio, avevano calcolato la media posti per venue..troppo piccola non avrebbero guadagnato abbastanza, troppo grande troppe spese e sarebbero andati in perdita. Assurdo. A questo aggiungiamoci anche che negli anni d’oro i musicisti non arrivavano a 30 anni di età, figurarsi a 50 di carriera. Adesso molti, ogni anno, iniziano tournee di addio grattandosi i gioielli, perché hanno ville ed ex mogli da mantenere, e quindi giù carte da 100 perché andiamoli a vedere ora perché l’anno prossimo chissà…

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    1. Ciao Al, grazie per il tuo intervento sicuramente pieno di verità. Ma il mio articolo non è una critica al prezzo alto dei biglietti, indipendente dalle motivazioni dei prezzi (tu citi alcuni esempi concreti; ma tutto si riduce a: mercato offre, pubblico decide sì o no), io mi rivolgo invece a chi i prezzi alti li critica, per un principio “etico” che arriva chissà da dove, ma poi non cerca un’alternativa, ovvero le altre centinaia di proposte, forse con nomi meno blasonati, ma altrettanto interessanti. Di fatto diciamo la stessa cosa, io aggiungo solo alla fine la mia posizione: non m’interessano più i mega-eventi, perché da anni non mi emozionano, nonostante le band magari siano di mio gradimento, preferisco i medi-piccoli club.

      Gianni

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