2022, Roadrunner Records, Metal

Classificazione: 4 su 5.
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The End, So Far – Slipknot
  1. Adderall
  2. The Dying Song (Time to Sing)
  3. The Chapeltown Rag
  4. Yen
  5. Hive Mind
  6. Warranty
  7. Medicine for the Dead
  8. Acidic
  9. Heirloom
  10. H377
  11. De Sade
  12. Finale

La garanzia della violenza sonora firmata Iowa

Scopro così, in un pomeriggio soleggiato di fine ottobre 2022 che la squadriglia dei 9 è tornata a guastare gli equilibri mondiali con un nuovo album: “The End, So Far”.

Ebbene sì, gli Slipknot sono tornati. Godo. In questo mondo gelatinoso di trap canticchiata tra le Lambo degli altri e pop poco più che maggiorenne che piange storie d’amori sofferti e drammi esistenziali, finalmente torna la falce del metallo, di quelli che i disagi probabilmente li hanno davvero.

Tre anni sono passati dall’ultimo “We Are Not Your Kind” e più di venti dall’omonimo, docile, esordio “Slipknot” e il successivo “Iowa”. Ho un poco di strizza nel pigiare il play: la delusione è sempre dietro l’angolo: dopo tutti sti anni di carriera si saranno sicuramente rammolliti.

È proprio “Adderall”, traccia d’apertura a farmi esclamare un precoce “Ecco, lo sapevo, senti che mosci!”. Fortuna vuole che dopo un primo brano che sembra voler quasi distrarre l’ascoltatore superficiale per fotterlo e piazzargli una mazzata tra capo e collo, arriva “The Dying Song (Time to Sing)” ed è subito libidine nel cuore degli aficionados: minchia che sberla!

Sembrano fermi alla rabbia del 1999, gli Slipknot e Corey Taylor ha una voce sempre più cruenta anziché fiacca e addomesticata. Sono violenti!

Saltano sicuramente all’orecchio degli amanti dei Nove, gli effetti alla voce, notevolmente superiori rispetto a vecchie produzioni.

The Chapeltown Rag”, terza traccia del disco e primo singolo rilasciato il 5 novembre 2021 come ottimo biglietto da visita per presentare al mondo questo settimo album è un singolo che come sonorità strizza l’occhio a brani del passato come “Eyeless” con l’intro breakbeat di drum machine che rivendica la proprietà cruenta della band.

Altra pausetta relax con “Yeld” che abbassa il tiro ma non così tanto da ammosciarsi e molto distante dall’approccio di “Adderall” e si rivola immediatamente in mezzo al bagno di sangue di “Hive Mind” che mantiene la linea dell’album, alternando strofe violente su riff spezzati e mitragliate di doppio pedale e rullante, a ritornelli molto più distesi, melodici e armonizzati.

Ascoltando “Warranty” realizzo quanto questo lavoro sia l’esatto punto d’incontro tra la storica firma Slipknot e un mondo che avanza e che richiede aggiornamenti che i 9 non tralasciano affatto, ma da cui, allo stesso tempo, non si sono lasciati addomesticare per essere più appetibili alla discografia del terzo millennio. Insomma, “The End, So Far” profuma esattamente di sudore e sangue, con una sbavatura di lime per far percepire una nota di freschezza confusa nel macello.

Sperimentano e stupiscono gli Slipknot e non regalano nulla di prevedibile ai fan perché anche le tracce con più richiami al passato sono frutto (e si sente benissimo) di nuovi ingredienti e scelte stilistiche, di un percorso che in qualche modo si conclude con questo album (settimo e ultimo pubblicato per Roadrunner), ma solo in termini contrattuali, dato che non sembrerebbero minimamente intenzionati a dividersi (e meno male!).

Non sarà forse un disco che lascia in testa “tormentoni” alla “You can’t see California without Marlon Brando’s eyes” ma resta pur sempre un album che trasuda evoluzione e sperimentazione ben fatti, per una band in giro da un pezzo e che ha sfornato delle chicche difficilmente replicabili, eppure, anche con “The End, So Far”, a mio avviso non ci vanno troppo distanti: meno impattanti ma ugualmente laceranti.

La Scimmia Verde

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