When I’m feeling blue
di Arsenio D’Amato
[o Sceno della Banda di Pignataro]

Nulla si esaurisce di ciò che è azzurro.
Emilio Villa

Ci sono sempre meno ombre di alberi, passando dal parco, ci sono macchine in fila che ballano sulle radici, lungo l’Aurelia. C’è un rumore nel bosco, un profumo d’incendio, mentre lei sta piangendo nel giorno del suo licenziamento. Ed un cielo scurissimo, nero come un oroscopo, dopo un altro dibattito su Sky Tg 24¹. Arranco respiri silenziosi e nutro inenarrabili opinioni. Sto diventando un fascio di rughe rivestito di pelo bianco. Confesso che le cose che vorrei far leggere di me sono quelle che non ho mai scritto. Convinto che chi ti dice bravo raramente ti aiuta. Non rincorro il tempo perso, semplicemente lo rispetto. Ormai l’apnea del mio petto è pronome di silenzio, seppur non d’assenza. Per l’impasto del prima, sperando nel dopo, dialogo con la memoria degli sguardi e dei baci pensati e mai dati. Sottobosco d’energia chilometrica sotterrata e di millimetri di desiderio sulla punta della lingua. Sono la spinta della vita nella disarmonia dell’oggi? Chissà! Mi piace pensare che un bel pensiero mi aspetti, banale, con passo leggero, verso il bene d’ogni cosa. Punto e virgola. Ho appena finito di bere il mio ultimo sorso del litro di latte che, per convenzione, ogni giorno, in famiglia, ci spetta. Lo scrivo su questa sezione di appunti. Un vecchio modo di vivere i miei pensieri. Mi faccio contaminare da ciò che mi circonda. Suoni, oggetti, natura. Similitudini. La scrittura mi cuce. Rammenda il dentro col fuori. E la realtà si ridimensiona. Faccio sempre cose che hanno significato per me, come per chi amo. Altrimenti non sono mai soddisfatto. E mi sento solo. In questo periodo così funesto, mi sono chiesto, più di una volta, se fosse opportuno continuare a scrivere racconti, articoli e libri, o se, invece, fosse superficiale, sciocco, addirittura inadeguato. Poi mi è venuta in mente una frase di Marguerite Yourcenar, che avevo appuntato sulla vecchia Moleskine e avrei voluto far stampare su una t-shirt: “I libri sono riserve di grano da ammassare per l’inverno dello spirito”. E la risposta alla domanda che mi assilla è arrivata da sola: continuerò a scrivere, a dare sfogo alla mia creatività e a plasmare le avventure di Sceno della banda di Pignataro, perché è l’unica strada che conosco per contrastare chi vorrebbe vedere la mia ragione ridotta a un cumulo di macerie. Per volare, con la fantasia, via dall’orrore di questi giorni bui. Per tenere lontano l’inverno dello spirito. E se, nel dopoguerra, questo testo, congiuntamente ad altri, potesse dar forma a un volume da presentare in pubblico, si sappia fin d’ora che, dopo il reading, l’autore si renderà disponibile per firmare delle copie del libro; anche con un nome falso o con delle dediche a casaccio. Non si può dire d’aver smesso di dire “io” senza dire “io”. A day like today the album “The Dark Side of the Moon” is released. A true gem turns 49. Scrive, nel frattempo, David Gilmour sui social. Wow! Una decina di anni dopo sarei stato folgorato da quel disco nero. E avrei consumato le ultime due tracce del lato A: Time e The Great Gig in the Sky e le prime due del lato B: Money e Us and Them. Ora il vinile lo tiene mio figlio. Ed è cosa buona e giusta. “La musica è musica e deve suonare” diceva mio nonno che batteva i piatti nelle processioni. Quando “C’era la banda di Pignataro che suonava il “Parsifallo” e il maestro, sul piedistallo, ci faceva deliziá…” La lunga pandemia e ora la guerra a est hanno messo in ginocchio la mia fonte di reddito. È come essere in trincea, ma senza armi, ad aspettare la fine. La propria o quella delle ostilità. In un momento dove tutto è molto più costoso, non vi è alcuna certezza del domani e siamo quasi al limite della sopravvivenza. Due abitudini mi hanno dato il potere di trattenere il pianto: quella di nascondere il mio pensiero e quella di ascoltare il mio linguaggio interno; per centrarmi emotivamente. Che la sensibilità ha un prezzo che si paga in lacrime, urla e silenzi, ma – nella peggiore delle ipotesi – salda il suo debito facendoti vedere o leggere cose invisibili. Mi capita, a volte, di pensare a una frase positiva o alle parole di una canzone per calmarmi. Mi capita di pensare, per esempio, a una frase che mia nonna era solita dire, come “Se la vita ti dà limoni, fatti una limonata.” Ci provo a stare accovacciato, che devo, ma avrei voglia di abbandonare tutto e scappare via. So che faccio bene a pensarlo in modo da non farlo. E, per intanto, scrivo. Eppure mi caccio in un conflitto di interessi. Sono solo un mucchio di parole che non basteranno mai. Lo so, lo so, è meraviglioso leggerle, lo so davvero, ma io vedo il ragazzo che le ha ispirate, le sue narrazioni più belle e mi contraddico. Sulle note di Silver Joy di Damien Jurado. Dico al me stesso, esordiente. Uccidi la nostalgia. Basta con questo infinito come eravamo di cui frega solo a te stesso e da cui proiettate l’idea più egotica del pianeta, di essere una sorta di Proust capace di rendere universale il proprio io. Nella migliore delle ipotesi riconosco che mi sto raccontando una menzogna. Trasfiguro, allora. Immagino. Creo. L’originalità non è un’utopia, per chi conosce abbastanza da sapere il punto di vista che manca. Pur essendo fragile. Per essere davvero inedito. Negli ultimi mesi ho scoperto che a quelli a cui non piacciono i vaccini non piace essere chiamati come si chiamano quelli a cui non piacciono i vaccini. Ho scoperto anche che quando scrivono usano molti puntini sospensivi. Come che avessero l’asma. Ma non è tempo di criticare e non è il momento di fare giri a vuoto in macchina. Sono al supermercato e spengo il motore. C’è una signora che, dopo aver fatto la spesa e riposto il carrello, risale in auto, forse accende la radio e resta nel parcheggio a godersi il suo quarto d’ora di nulla assoluto. Mi appassiona, ma scendo. L’altoparlante diffonde Giovanni Truppi. “E se domani tuo padre, mia madre o Lucia / Ascolteranno queste parole / Si chiederanno, come mi chiedo anch’io, se questo è un amore / Risponderò come rispondo anche a me / Che / Amarti è credere che / Che quello che sarò sarà con te.” All’uscita faccio come quella tizia, e questi sono i miei dieci minuti di sacro nulla.

Abitare la propria auto e la propria solitudine prima di rituffarsi nella corrente delle cose. E mentre ascolto chissà cosa alla radio mi godo la leggerezza di questo non-luogo, guardando la vita che scorre senza di me. Perché io, in questo momento, non ci sono per nessuno. Cerco sulla pen drive, fra gli mp3, Russians, il brano di Sting, riproposto da The Foreshadowing, una gothic/doom metal band con influenze ambient di Roma, ma non lo trovo. Guardato in tralice il dato è brutto assai. Il secondo mese negativo di fila, guardato di traverso, obliquamente, segnala quello che tutti sanno a parte i media: la ripresa italiana post-Covid di fatto s’era fermata già tra la fine del 2021 e l’inizio dell’anno. Ho provato, prima dei cinquantatré, ad osservare l’orizzonte lungo la diagonale: tentando di guardare il futuro di sottecchi. Timidamente e con un pizzico di fiducia, mal riposta, che sottraendomi alle lamentele, mi ritrovo in un vero e proprio boom di crescita. Infatti, è cresciuta la bolletta della luce. È cresciuta la bolletta del gas. È cresciuto il prezzo della benzina. Ed è cresciuta la mia povertà. Tutto dentro un ossimoro. Non c’è che dire, è proprio uno scoppiare di salute. Ci dovrebbe essere sempre qualcuno a cui poter raccontare la propria giornata. I propri affanni. Senza fare l’eroe. Che gli eroi sono altri. Sono quelli che, se se ne vanno, hanno un deserto davanti. Sono quelli che, se si disintegrano, non hanno prime pagine, ma solo notti insonni. Allora mi getto sugli altri. L’invidia bisogna guadagnarsela, la compassione invece arriva, quasi sempre, gratis. Vorrei un mondo in cui la gente si sentisse libera di condividere le debolezze più che le forze dell’umano, più gli insuccessi che i successi, più se stessi che quel simulacro a immagine e somiglianza di quel che vuole la società odierna. Insomma, vorrei più umanità. Qui dentro e là fuori. Leggo, allora, di quelli che considero. “Ogni mattina, poco prima che mi sveglio, un uomo malinconico esce dal mio corpo, sale sul terrazzo del mio palazzo e sorridendo si lancia nel vuoto. – Scrive Alessio Sollo – Ma per fortuna ce ne sono ancora tanti, a sufficienza per una vita intera, nascosti dentro di me. Se mi chiedessero di definire con poche parole un poeta, lo farei così.” Chi si accontenta implode. Finalmente una canzone mi viene in soccorso. E mi porta via. A groovy kind of love di Phil Collins. Stavo ascoltando e registrando su cassetta questa canzone, in radio, nello stesso momento in cui uno squillo di telefono mi annunciava che la mia ragazza dell’epoca stava partendo. Se ne andava in America. Per sempre. Ho perso la mia migliore amica quella notte. Questa canzone è tutto ciò che rimane assieme allo squillo fissato per sempre su quel nastro. Una delle poche ballate di Phil Collins scritte nel momento dell’innamoramento. L’ironia è che questa è una delle sue canzoni più nostalgiche. Forse la migliore canzone d’amore mai scritta. Ha parole super-semplici, super-semplici tonalità e si avvicina direttamente al cuore. Ero un adolescente quando l’ho sentita per la prima volta e adesso che sono un uomo nulla è cambiato. Trenta secondi della canzone e torno agli anni ottanta. Questa era, pure, “Agnese dolce Agnese” di Ivan Graziani. Anzi no che proveniva dalla Sonatina op. 36 n. 5 di Muzio Clementi. Le note sono solo sette. Fortunatamente. E i Mindbenders, prima, e Gene Pitney, poi, l’avevano portata al successo nell’estate del 1966. Ma va bene così. Ascolto il rumore che faccio e mi scopro musica. Faccio vibrare le mie corde vocali, non toccando nulla. Tacendo affermo al vuoto che sono pieno di suoni. Che non spengo mai. Le vibrazioni mi esplodono dentro e mi ritrovano nella cenere. Vive in me il miracolo del fuoco vivo. Un divenire eterno, in sinfonia. E mi piace guardare la gente, ascoltando questo pezzo, nel bel mezzo di un parcheggio. Dieci minuti che non fanno male. La terra non ha invertito la sua rotazione, nessuno ha chiamato le forze speciali e il cane non si sarà sentito abbandonato. Sono minuti che non fanno male a nessuno ma fanno bene a me. Il mio desiderio è replicare la natura delle emozioni all’interno delle cose, in maniera artigianale e totalmente unica e personalizzabile. Diceva Ungaretti: “Ti basta un’illusione per farti coraggio”. Ora il coraggio, io, lo dovrei saper trovare nelle delusioni. La letteratura disponibile per ricostruire ogni verità è vasta e consolidata ma, come sappiamo, nell’opinione pubblica è la prima versione quella che resta. “La vita somiglia molto al jazz… è meglio quando si improvvisa.” George Gershwin docet. L’affaire est finit. Rimetto in moto e torno ad abitare la mia vita, con in petto quella minuscola sensazione di libertà che mi fa ancora sorridere mentre canto When I’m feeling blue / All I have to do / Is take a look at you / Then I’m not so blue…

12 marzo 2022

La musica è reale il racconto è solo pura fantasia.

Post scriptum

Per redigere questo racconto giuro che nessun brano è stato maltrattato. La playlist che segue è solo la colonna sonora di certi periodi e di certe parole.

In ordine di riproduzione

¹Le case mangiate dal sale – Daniele De Gregori
Time; The Great Gig in the Sky; Money & Us and Them – Pink Floyd
Dove sta Zazà – Gabriella Ferri
Silver Joy – Damien Jurado
E se domani tuo padre, mia madre o Lucia – Giovanni Truppi
Russians – The Foreshadowing
A groovy kind of love -Phil Collins
Agnese – Ivan Graziani
Sonatina op. 36 n. 5 – Muzio Clementi
A groovy kind of love –Mindbenders
A groovy kind of love -Gene Pitney

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