
È un martedì sera del 1997, io e la mia prima radio siamo in cameretta, dopo cena.
Radio killed the video star mi permetto di dire, dato che quell’arnese mi ha spostato da una stanza all’altra della casa e completamente fatto dimenticare la tv.
Ho dodici anni e nel mio piccolo mondo, tra il letto a castello e il Super Nintendo, siedo a terra, con la radiolina e una cassetta di quando ero più piccolo: “Gli Aristogatti” (ah, i nostri vecchi podcast!).
Non la sto ascoltando. Le sto riempiendo i due fori quadrati sul lato opposto a quello del nastro, con del cotone e un pezzetto di nastro adesivo per fissarli: sto restituendo verginità a una cassettina che, nostalgie a parte, è giunta al cambio di testimone e deve lasciare spazio a una nuova traccia che eliminerà per sempre le avventure di Romeo, Duchessa e i gattini.
La traccia che sta per prendere il suo posto arriva direttamente dalla radio in FM.
Ho dodici anni e non so ancora che quello è solo il preludio di una vita passata al servizio della musica.
“Clack!”
Chiudo lo sportello giusto in tempo, preparo il dito sul puntino rosso “rec”.
Si chiama Dj Shorty, ha una voce stridente, parla veloce e alterna alle sue parole, campioni di voci registrate che gridano, dicono cose “forti” e creano il caos. Mi piace.
“È arrivato il momento acidone. Haaard-cooooore! Ha-ha-hard-coooore!”
E parte la cassa dritta e distorta che di lì ai prossimi quattro anni accompagnerà dapprima le mie domeniche pomeriggio, per poi passare ai sabati notte, finendo al tour sabato notte-domenica pomeriggio.
Tracce veloci, suoni violenti, una potenza mai sentita prima (ti ricordo che arrivo dagli Aristogatti) frasi urlate in italiano e inglese.
Il Genux, le dirette, la sala GAS.
Quella dose serale di pochi minuti di follia mi folgora completamente. Non mi sono perso un appuntamento.
Sono sfigatello, secchione, cicciottello e un po’ perculato a scuola, ma qualcosa ha appena dato un calcio e sfondato la porta del mio “caveau”.
Per la prima volta nella mia vita mi affeziono a una voce in radio.
Per la prima volta nella mia vita scelgo la musica che mi piace.
Per la prima volta nella mia vita sento di appartenere, anche se non so bene a cosa, dato che nessuno dei miei coetanei sa di cosa parlo.
Per la prima volta sento di appartenere a me stesso.
È il ’97, siamo nel boom di MTV, dei canali musicali e delle discoteche o, forse non lo so ancora, ma siamo all’apice di un periodo storico che sta iniziando a schiantarsi al suolo.
Quell’anno conosco Marilyn Manson col video di “The Beautiful People”, i Prodigy con “Breathe” e “Firestarter”; mi innamoro di un mondo più cupo e violento (ma solo all’apparenza, perché dentro ci sento un’energia infinita pronta a tirare fuori qualcosa di me che fino a oggi mi era sconosciuto).
Mi compro “The Fat of The Land”, inizio a desiderare quella strana acconciatura e quella ferraglia in faccia; acquisto la cassettina di “Reload” dei Metallica, scopro i CSI che in quell’anno pubblicano “Tabula Rasa Elettrificata”; i Negrita con “XXX” e un altro grande amore: i Litfiba, che faccio in tempo a vedere in concerto prima dello scioglimento.
La musica, come il vino, ha delle annate migliori e il biennio 1997/98 per me è una di quelle. A seguire, nel panorama italiano saranno il 2009/10 gli altri due anni estremamente fertili e produttivi, per quel che mi riguarda.
Dal ’97 la musica per me non è più un sottofondo, ma una protagonista. Ore passate “da solo” con le cuffie, booklet in mano a leggermi ogni singola parola, dai testi ai crediti, e a essere lì, nel disco.
Il logico sviluppo è stato poi, per il lato musica elettronica, finire di persona in quel Genux di cui ascoltavo le tracce attraverso le piccole casse dello stereo.
Conosco la discoteca Epoca (a Bussolengo, in provincia di Verona) dove passo tante domeniche pomeriggio in attesa di quell’oretta di Hardcore in privée, a fare un po’ di propedeutica, il rodaggio alle disco “vere”, quelle del culto. Faccio giusto in tempo a ballare sui pavimenti appiccicosi di cocktail del Genux prima che venga trasformato in Dehor. Poi scopro l’Ics, a Peschiera del Garda (VR), col maestoso formato H-Hype che ha visto nomi come Franchino, Ricky Le Roy, Killer Faber e molti altri; la discoteca Dylan (Coccaglio – BS), il ritmodromo italiano e, ovviamente, il tempio di quella scena: il Number One, il locale dell’impossibile (Corte Franca – BS).
Sì, lo so, ognuno rivive la propria adolescenza come il periodo storico (musicalmente) migliore di tutti. È proprio per questo motivo che oggi capisco i miei genitori, che da baiosi si gasano ancora quando sentono l’afro. Periodi diversi, attitudini simili.
Di lì a poco sarebbe entrato a calci ancora più prepotenti il punk, nella mia vita, ma di questo parlerò in un futuro articolo.
Ad ogni cuore i propri bpm, l’importante è non dimenticare mai di battere a quella velocità dentro di sé, qualsiasi sia l’abito che indossiamo oggi o la strada che abbiamo intrapreso.
La Scimmia Verde
Vai al minuto 9:40 e verrai proiettato nella mia cameretta, nel 1997.
